Elogio alla quiet togetherness
Articolo e foto di SBRAT
Inghilterra, XVII secolo. Una sala gremita di persone in abiti modesti, quasi incolore. Gole che deglutiscono, mani che scivolano sugli indumenti. Un respiro, due respiri. In fondo, qualcuno apre bocca e condivide un pensiero. Nessuna risposta: ripiomba il silenzio.
I Quaccheri – anche noti come “Amici” – sono un movimento cristiano protestante il cui credo è incentrato su valori come uguaglianza, onestà e altruismo e sulla credenza che ogni essere umano possieda la luce divina e ne sia portatore. Periodicamente – in genere la domenica –, i Quaccheri si ritrovano alle Riunioni di Culto (Meeting for Worship), e se ne stanno tutti insieme in una stanza, assorti in un silenzio che viene interrotto solo dai “ministri”: sporadici interventi verbali mossi dallo Spirito, entità superiore che testimonia e guida l’incontro.

Il silenzio dei Quaccheri ci ricorda che comunicare non significa necessariamente parlare, e che l’assenza di parole non è un vuoto da colmare, ma una forma di presenza. Una forma che, in modi e luoghi diversi, cerchiamo continuamente.
L’ambivalenza del silenzio
Siamo immersə in un rumore senza precedenti: informazioni come sciami di mosche impazzite; immagini surreali di fatti realmente accaduti; verità e artificio in un amalgama indistinto di conversazioni umane e post-umane. In questo contesto, il silenzio ci appare come una via di fuga più che desiderabile, se non addirittura necessaria. Eppure, stare in silenzio – soprattutto in compagnia dell’altrə – può significare moltissime cose; perché la percezione del silenzio è in gran parte condizionata da ciò che sotto sotto viene comunicato: non a parole, ma attraverso aspettative e interpretazioni implicite, tensioni nascenti o latenti, energie sottili. Tutto questo può trasformare il silenzio da pace interiore a incubo lucido.
L’esperienza del silenzio può creare infatti molto disagio. Immagina di essere in compagnia di qualcunə che conosci da poco; qualche birretta, mezzo sguardo di intesa, infinite chiacchiere, sorrisoni, e poi il vuoto: non avete più nulla da dirvi. In situazioni come questa, il silenzio può essere vissuto come un fallimento, un cortocircuito di quella socialità bulimica che si alimenta di flussi ininterrotti di discorsi: dall’aneddoto mistico al life changing hack, dalla reminiscenza scolastica al trauma generazionale, e così all’infinito. Che poi, tra un picco e l’altro, guance che tirano e risate nervose, si cade inevitabilmente nella small talk. Ma va bene tutto, purché non si rimanga in silenzio.

Il silenzio ha però anche un altro volto, più sereno e accogliente, nella misura in cui si fonda su un tacito accordo tra due persone che condividono uno stesso spazio, nello stesso momento. Nei luoghi pubblici e affollati, il silenzio stimola il focus e la produttività; in quelli isolati, è ascolto che rende possibile una connessione profonda, benché impalpabile. In entrambe le dimensioni, lo stare in silenzio crea un senso di appartenenza che va al di là del condividere ciò in cui si crede, quel che si ama o che si odia. Il silenzio – quando è voluto da tutte le parti coinvolte – genera intimità, e l’intimità genera fiducia.
Che cos’è la quiet togetherness?
La quiet togetherness – detta anche quiet companionship – è l’esperienza dello stare insieme a qualcunə senza la necessità o la pressione di dover parlare o svolgere particolari attività. Si è liberə di stare nel proprio mondo interiore, godendo del silenzio e della sola presenza dell’altrə. Un’attività che si può svolgere in spazi fisici e virtuali, pubblici e privati, in aperta natura così come tra le mura di un palazzo.
In pacifica opposizione alla socialità tradizionale – che ci chiede di essere sempre brillanti, simpaticə, interessanti e inclini al mondano –, la quiet togetherness ci suggerisce che si può stare in compagnia senza dover spuntare nessuna delle “caselle” sopra. Quante volte ci siamo sentitə estenuatə nel bel mezzo di una festa, perché dovevamo necessariamente mantenere viva una conversazione, riprenderne un’altra che nel frattempo si era interrotta per prendere da bere, rispondere all’ennesimo “Che fai nella vita? Studi? Lavori? Hai degli HOBBY? DELLE PASSIONI? AMBIZIONI? SOGNI?”.
Shut the f**k up, please.
Nell’epoca del quiet-qualsiasi cosa – quiet quitting, quiet dating e persino quiet luxury –, quello della quiet togetherness è il silenzio che mi piace di più. Forse perché è simile a quello che inconsapevolmente praticavamo da bambinə, quando ai ritrovi con lə nostrə amichettə ci scambiavamo i disegni, le figurine, la gomma da cancellare, i giochi plasticosi, i vestiti per le bambole. Spesso senza dire nulla, perché non ce n’era davvero bisogno. Era il gesto a smuovere l’entusiamo, ad attivare il gioco; il dare e ricevere, l’essere l’uno nel mondo dell’altrə.
Quando la quiet togetherness incontra i third places
In The Great Good Place, il sociologo urbano Ray Oldenburg prende in esame una dimensione altra rispetto a quella della casa e del luogo di lavoro: il third place (o “terzo luogo”), nucleo della vita pubblica informale, essenziale per lo sviluppo della democrazia e per il benessere individuale. Una dimensione che accorpa una grande varietà di spazi pubblici – bar, librerie, parchi, negozietti, ma anche saloni di bellezza e lavanderie – frequentati in maniera regolare, informale e volontaria. Come antidoto all’isolamento e al confinamento “intensivi” tipici della broilerhouse society – che ci spinge a fare la spola tra casa e ufficio, o a passare molto (troppo) tempo nell’una o nell’altro –, i terzi luoghi ci invitano a sostare un po’ di più di fronte all’antico bisogno di connessione con l’altrə: lì, possiamo scegliere di incontrare, di partecipare; possiamo capire se e a cosa appartenere. E ogni volta può essere diverso.

Quando parlava di terzi luoghi, Oldenburg aveva in mente spazi in cui la conversazione era il cuore pulsante: il via vai di richieste, le discussioni tra avventorə, il continuo vociare di fondo. Ma chiunque abbia mai passato un pomeriggio in una caffetteria — accanto a persone sconosciute, ognuna assorta nel proprio mondo — sa che questi spazi funzionano anche diversamente: in silenzio, senza dover fare o essere qualcosa, semplicemente stare, per conto proprio e insieme allo stesso tempo. Quando li sperimentiamo in questo modo, i terzi luoghi smettono di essere solo palcoscenici e il silenzio condiviso diventa la forma più pura di socialità, non una sua eccezione.
Quiet togetherness fuori casa: perché ci fa bene?
Cosa ci guadagniamo, dunque, dallo stare insieme in silenzio, soprattutto fuori casa?
In contesti urbani e condivisi, il silenzio ha un valore ristorativo: abbassa i livelli di stress e induce calma, lasciando spazio all’introspezione. Una valvola di sfogo che ci aiuta a combattere il logorio della vita moderna.
Praticare la quiet togetherness nei luoghi pubblici, inoltre, ci permette di sperimentare l’appartenenza senza l’effort richiesto dalla vita mondana. La semplice co-presenza basta a sentirsi parte di qualcosa, senza il rischio di dover performare e sacrificare se stessə.

Scegliere laquiet togetherness può essere anche una forma di resistenza: contro la broilerhouse society, contro l’isolamento domestico, contro l’idea che ogni spazio pubblico debba essere produttivo e orientato al consumo.
Infine, il silenzio condiviso affina la concentrazione. Lo sanno bene i Quaccheri: nelle Riunioni di Culto, le lunghe pause silenziose corrispondono a momenti in cui qualcosa – un pensiero, un’intuizione, un messaggio – trova finalmente il modo di affiorare in superficie.

Dove praticare la quiet togetherness a Torino
Se sei a Torino, ecco tre luoghi perfetti per praticare la quiet togetherness, in compagnia di amicə o sconosciutə.
Il Polo del ‘900, in pieno centro: due palazzi settecenteschi firmati Juvarra, aperti gratuitamente dal lunedì al sabato, dalle 9 alle 20. In particolare, Palazzo San Daniele ospita un salotto e una biblioteca: spazi raccolti ma anche brulicanti di vita, dove stare quanto e come si vuole. Nelle pause, vale la pena fare un salto al mercato di Corso Palestro, proprio a due passi da lì.
L’Imbarchino del Valentino, con vista sul fiume Po, aperto tutti i giorni. Tra i vari spazi c’è la Sala Remi: un ex deposito di imbarcazioni che oggi ospita chi naviga in altro modo – con uno schermo, un libro o anche solo con la mente. Quando stacchi, puoi rimanere lì ancora un po’: verso sera l’Imbarchino si trasforma, e anche se è sempre diverso puoi stare sicurə che ha sempre qualcosa di magico in programma.
I Bagni Pubblici di via Agliè, in Barriera di Milano: aperti dal dopoguerra per lə operaiə del quartiere, oggi sono aperti a tuttə e ospitano – oltre alle docce – una sartoria sociale, una galleria d’arte e tanti laboratori. Fanno parte della Rete delle Case del Quartiere: otto spazi distribuiti in altrettanti quartieri di Torino, nati per diffondere pratiche di innovazione sociale e rigenerazione urbana.
Bibliografia:
- Bollnow, O. F. (1981). On silence: Findings of philosophico-pedagogical anthropology. University of Tübingen. (Traduzione inglese di un saggio dedicato a Yukichi Shitahodo)
- Steinbock, D. J. (2012). Making silence together: Collaboration in the silent gatherings of Quakers (Tesi di dottorato, Stanford University).
- Weinstein, N., Nguyen, T.-v., Adams, M., & Knee, C. R. (2024). Intimate sounds of silence: Its motives and consequences in romantic relationships. Motivation and Emotion, 48, 295–320.
- Stanton, H. (2025, 1 ottobre). Quiet companionship in shared spaces. Quiet Connections. https://quietconnections.co.uk/blog/quiet-companionship/
- Oldenburg, R. (1999). The great good place: Cafés, coffee shops, bookstores, bars, hair salons, and other hangouts at the heart of a community. Da Capo Press.
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