LIQUIDA PHOTOFESTIVAL “Learning and Unlearning – (Ri)scrivere le regole”
Articolo di SBRAT
Foto di Giulia Magra
Superata la paura della pagina bianca, quando inizio a scrivere ho come la sensazione che tutto ciò che metto nero su bianco esista già, e anche in una forma migliore. Parole, concetti, immagini, connessioni: nulla di tutto questo è davvero mio, forse nemmeno le modalità attraverso cui li rendo accessibili, assegnando a ciascuno uno spazio a volte ben preciso, altre meno, sicuramente profano rispetto alla loro essenza più profonda.
Ma se tutto è già stato scritto, detto, visto, immortalato, cosa ci resta? E, soprattutto, quante cose abbiamo ancora da imparare? Con questa tensione in corpo, a metà tra l’horror vacui e il cagotto pre-esame, mi viene quasi voglia di abbandonare tutto quello che sto facendo per rotolarmi su un prato finché qualcunə non viene a dirmi: “Ma tutto bene?”
Anyway, queste sono domande che è bene farsi di tanto in tanto. Senza troppe pretese, certo, e con quel pizzico di leggerezza che aiuta sempre ad attraversare le intemperie dell’animo umano. Anziché stare a casa con lo sguardo fisso nel vuoto alla ricerca di risposte, si potrebbe, ad esempio, passeggiare insieme a questi pensieri, andarci a prendere un bel gelato e poi fare un salto da qualche parte, tipo a un evento culturale, che sicuramente qualcosa dentro lo smuove; anche fosse solo placare per un po’ il continuo rimuginare sull’esistenza.
Questo è più o meno quello che abbiamo fatto domenica scorsa, il 19 aprile, approfittando dell’ultimo giorno del Liquida Photofestival, che quest’anno compie ben cinque anni. Immagino che tuttə coloro che hanno partecipato alla realizzazione dell’evento si saranno postə domande simili a quelle lanciate sopra, portando in città il tema dell’imparare e disimparare, che poi è anche il titolo scelto per questa edizione: “Learning and Unlearning – (Ri)scrivere le regole”.
Wait a minute: cos’è Liquida Photofestival?
Ideato nell’ambito di Paratissima, Liquida Photofestival è una mostra sulla fotografia contemporanea emergente. Riprendendo il concetto di liquidità baumaniano, il focus di Liquida è quello di capire in che modo il mezzo fotografico – e lo sguardo di chi lo utilizza – rappresenta l’attualità, lanciando di anno in anno temi che indagano la complessità del tempo in cui viviamo: frammentato, precario, a tratti nevrotico e, appunto, liquido. “Where images flow”: così Liquida si presenta al pubblico, con un claim che è un manifesto e una promessa insieme, creando una dialettica reticolare tra chi produce le immagini e chi le fruisce, ma anche tra le immagini stesse, in un flusso ininterrotto di punti interrogativi, visioni, ipotesi e rivelazioni.

Quest’anno, per la sua quinta edizione, Liquida riprende una teoria diffusa dal futurologo statunitense Alvin Toffler, secondo cui l’apprendimento – essendo un processo continuo – è necessariamente legato al concetto del disimparare, oltre che dell’imparare. Un’economia cognitiva insita in ognunə di noi, quindi, che ci spinge a rimuovere conoscenze obsolete per sostituirle con altre nuove e più utili, ma anche a incrinare certezze, superare bias, ridefinire aspetti della vita che ci riguardano molto da vicino, primo fra tutti l’identità. Un movimento respiratorio: trattenere, lasciare andare. Assimilare, espellere.

Come sottolinea la curatrice del festival Laura Tota, la scelta del Real Collegio Carlo Alberto come sede espositiva assume un valore simbolico preciso in questa edizione. Nato come luogo di formazione, di trasmissione del sapere e delle regole, oggi diventa uno spazio in cui ciò che è conosciuto, ovvio, normato viene messo in discussione e capovolto, e lo fa attraverso un intreccio di narrazioni visive che mostrano quelle tensioni che spingono la società contemporanea a conoscere se stessa: uno specchiarsi che la riorienta, facendola scivolare fuori dall’orbita di ciò che è stata.

Anche quest’anno, il percorso espositivo di Liquida si è articolato in più nodi interconnessi: Liquida Exhibition, Group Show, la collettiva “Fuori Traccia” e “We Knew the World in Fragments of Color” dell’artista venezuelana Victoria Ruiz (è suo lo scatto più famoso di questa edizione, quello sui manifesti per intenderci). C’era anche la sezione EdiTable, curata dal bookshop Artphilein di Lugano, che ha scelto dei libri fotografici perfettamente in linea con il focus dell’esposizione: storie di ricerca e apprendimento, l’ordinario come strumento di conoscenza di sé e dell’Altrə.

Tutto è già stato scritto, detto, visto: cosa resta?
Imparare. Disimparare. Io, per sicurezza, tra due estremi guardo sempre in mezzo, un po’ a destra e un po’ a sinistra; forse perché è così che ci hanno insegnato ad attraversare le strade trafficate, o più probabilmente perché ho la Luna in Bilancia. Ma tra questi due verbi non riesco proprio a vederci un vuoto assoluto. Magari lo si può percepire in prima battuta, in preda al terrore dell’ignoto e al timore di dover(si) ricostruire da zero. Durante la visita a Liquida Photofestival, sotto la guida attenta di Laura Tota, dentro a quel presunto vuoto c’erano invece tantissime cose: memoria, appartenenza, identità; il confluire di paura e speranza, resistenza e perdita, dolore e stupore; famiglia d’origine e ritrovata, scelta e di sangue.

Con linguaggi diversi, Benedetti, Covino e Bellapiana incrinano il confine tra presenza e assenza, rivelando la natura profondamente instabile tanto delle cose quanto delle persone. Oggetti, un tempo presidiati, impressi temporaneamente su carta fotosensibile; capezzali come altari della memoria, reliquie di ciò che lentamente scompare, dalle case come dalle strade; un paesaggio innevato e un fantasma che è presagio di ciò che siamo: trattenutə in un’apparentemente eterna lista d’attesa.

Lo sguardo si sposta verso una dimensione ancora più interiore con Balbi, Gasparri e Vezzosi: incipit emotivi, delicati come lenzuola appena usate, che fanno sentire protettə ed espostə allo stesso tempo. Con Didi e pensieriinfuga73, invece, emergono i temi del dolore e della malattia: non qualcosa da respingere, ma con cui stare. Un’esperienza che riguarda anche chi accompagna. La malattia non come limite alla vita, ma come parte di essa e motore evolutivo.

I progetti esposti nella collettiva “Fuori Traccia” si muovono in obliquo rispetto al percorso della mostra: fuori tema, e proprio per questo necessari. Lə artistə seguono traiettorie altre, attraversando contesti e vite fuori dall’ordinario, per mostrare che esistono modi alternativi di stare al mondo, molto diversi da quelli legittimati da ideologie e poteri dominanti. “Fuori Traccia” si articola in due direzioni: da una parte, uno sguardo socio-politico che intercetta margini e resistenze; dall’altra, una dimensione più intima e identitaria, in cui il concetto di famiglia si apre e si ridefinisce, lasciando al soggetto la possibilità di scegliere la comunità a cui appartenere.

Infine, il Solo Show di Victoria Ruiz introduce una riflessione su memoria, identità e appartenenza come frammenti attivi, che non si conservano intatti ma si trasformano attraversando comunità e geografie. Partendo dalla propria esperienza di migrazione dal Venezuela agli Stati Uniti, Ruiz crea immaginari al confine tra fotografia e performance, in cui costumi, colore e gesto danno forma a un’identità stratificata, sospesa tra radicamento e spostamento. La fotografia diventa così rituale: traccia e risonanza di qualcosa che è stato e continua ad agire, dove la frammentazione non è perdita, ma condizione dell’essere.

Imparare, disimparare, stare a guardare.
Spiragli, fessure, nicchie: ecco cosa c’è tra imparare e disimparare; passaggi spesso angusti, attraverso cui intravedere qualcosa che prima ci sfuggiva, che non avevamo colto, e che tuttavia ci dà la sensazione di non concedersi mai totalmente. Ma è proprio questo il bello, no? La cecità, d’altronde, è anche una condizione mentale. È uno sguardo che si abitua, che smette di indugiare. Uno sguardo che spesso giudica, che impera ma non impara. E se tutto è già stato detto, scritto, visto, allora forse il punto non è aggiungere, ma allenare lo sguardo: chiedergli di avvicinarsi un po’ di più, o di dirigersi altrove; insegnargli a fare la spola tra fuori e dentro; perché, in entrambi i punti, esistono – ed esisteranno sempre – istanze che richiedono attenzione e cura.
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